Archeologia ed aneddoti a Lucedio

 

L’abbazia di S. Maria di Lucedio: lì iniziò la grande epopea del riso.


Storia e archeologia hanno animato la serata Lions del 7 marzo: al Circolo Ricreativo il presidente Daniele De Luca ha invitato a parlare una docente del Dipartimento di Studi Umanistici dell’U.P.O., la professoressa Eleonora Destefanis ed il ricercatore e studioso, professor Gabriele Ardizio, esperti di archeologia cristiana medioevale, che hanno tenuto una relazione dal titolo “Archeologia ed aneddoti a Lucedio”. Erano presenti come ospiti, di alcuni Soci, il conte Paolo Salvadori di Wiesenhoff,  il Ten. Col. Andrea Ronchey, comandante provinciale dei carabinieri e l’Ammiraglio Alessandro Picchio con le rispettive consorti, il Rag. Piero Spaini, presidente dell’Unione Italiana Lions Golfisti e socio del L.C. Novara Host, e, fra i numerosi soci del nostro club, il Dott. Paolo Carrà, presidente dell’Ente Nazionale Risi.
Gabriele Ardizio ha ripercorso le vicissitudini di un luogo in cui si sono intrecciate storia, religione ed agricoltura ed assurto poi a simbolo delle terre d’acqua vercellesi. Fondata a Lucedio (lucus Dei=bosco di Dio) nel 1123 da monaci benedettini cistercensi provenienti da Citeaux (la romana Cistercium) presso Digione, l’Abbazia di Santa Maria godette subito della protezione dei Marchesi del Monferrato e giunse a possedere vastissimi possedimenti grazie al lavoro dei monaci che, abili imprenditori, realizzarono una poderosa opera di sistemazione territoriale: dissodarono terreni incolti, bonificarono paludi, crearono argini e canali,  regolarono la distribuzione delle acque e crearono le “grange”, un modello di cascina a corte chiusa tipica della bassa vercellese. Svilupparono anche l’allevamento di ovini e bovini (le transumanze dei loro greggi arrivavano fino in Valle Susa), crearono posti di lavoro e, grazie al riso, rivitalizzarono l’economia: all’inizio del 1400 introdussero infatti la coltura intensiva del cereale  (prima coltivato in asciutta e in rotazione con altre colture), in risaie allagate e da allora il paesaggio vercellese, allora punteggiato da valli, colline e boschi (dei quali rimane la sola testimonianza del Bosco della Partecipanza) cambiò radicalmente. Nel 1457 i monaci persero il controllo diretto della tenuta che divenne “commenda” e fu affidata come rendita a personalità ecclesiastiche. Alla fine del 1700 la commenda si sciolse e Lucedio rimase una semplice azienda agricola.
Eleonora Destefanis ha sottolineato lo strettissimo rapporto tra il territorio e il monastero di Lucedio, che costituisce un punto di riferimento per la conoscenza del mondo cistercense. La studiosa ha poi mostrato, con l’aiuto di carte geografiche e planimetrie d’epoca, le trasformazioni subite dall’abbazia, al cui nucleo originario, ancora oggi ben visibile, si aggiunsero nei secoli altri edifici, per usi sia religiosi che agricoli. Del nucleo antico rimangono lo splendido campanile ottagonale in cui spicca il gioco dei colori (il rosso dei mattoni ed il grigio della pietra) e la sala capitolare, dove venivano prese le più importanti decisioni per la vita della comunità. La chiesa è invece il risultato di momenti costruttivi diversi; l’aspetto attuale risale alla metà del 1700. Recenti scavi, effettuati dall’Università del Piemonte Orientale nell’ambito di un cantiere didattico, hanno messo in luce le fondazioni della chiesa medioevale sulle quali fu costruita la chiesa barocca e hanno portato al rinvenimento di camere con volte in laterizio, resti di cappelle con affreschi, tombe a camera con parti di tre scheletri di maschi adulti. Il ritrovamento di speroni in bronzo con rotelline mobili induce a pensare che i corpi appartenessero a cavalieri di alto rango.

Il dono finale agli ospiti del guidoncino e di alcune pubblicazioni del club ha concluso l’interessante serata.